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Gay & Bisex

Affittacamere 18, ancora la storia di Carlo B


di xsea3
31.08.2025    |    3.987    |    5 8.9
"Carlo era smarrito, ancora distrutto dall’ennesimo orgasmo sfiorato: «Blu» disse senza pensare..."
Sasha passa indice sull’uretra fradicia, poi mi percorre il cazzo, accarezza le palle, scende al perineo. Io sono sorpreso ma lo lascio fare, anche quando va più giù e i titilla il buchetto. Toglie la mano sorridendo, mentre io resto aggrappato al suo cazzo a siluro. Mi sfiora le labbra e infila l’indice. Lo succhio, guardandolo negli occhi celesti, lascio che scenda con la mano di nuovo e mi accarezzi il buchino già umido di sudore e di eccitazione. E mentre mi trastulla, continua il racconto.

Carlo seguì il padre di Marco nello studio, una stanza dove non era mai stato, e li comprese che il padrone di casa aveva accuratamente pianificato tutto.
La stanza era normale: una finestra, librerie, una scrivania…
Ma c’era anche un grande specchio, vicino alla porta e ad un attaccapanni, probabilmente fatto per controllarsi prima di uscire. Davanti allo specchio, però, c’era una sedia che Carlo presuppose di solito fosse dietro la scrivania. Solida, grande con due braccioli scolpiti. E accanto un tavolino, basso, di quelli da salotto.
Il padre di Marco sedette sulla sedia: «Allora, ti muovi puttanella?»
Con un brivido Caro si spogliò completamente e lo raggiunse. L’uomo lo fece mettere davanti a lui, in piedi, tra le sue gambe larghe che mettevano in evidenza il bozzo sotto la tuta, quel gran cazzone che lui aveva appena lappato.
Davanti allo specchio l’uomo poteva vederlo da ogni lato. Gli passò le mani su tutto il corpo: il petto che cominciava ad avere un accenno di muscoli, la pancia piatta, le gambe coperte di peluria leggera e naturalmente le natiche sode e il pisello: «Fare ginnastica con Marco ti fa bene, ti verrà un bel corpicino… E sto cazzone? Mi ero fatto un’idea, ma quando vi ho beccati a scopare come due conigli ce lo avevi un po’ moscio!» commentò.
Carlo era smarrito, in balia di quelle grandi mani che lo esploravano. Quando gli impugnò il cazzo, vergognandosi, lo sentì reagire. L’uomo lo osservava con cura crescere tra le proprie dita, lo stringeva, lo soppesava, lo scappellava. Presto la punta si inumidì e, lasciandolo senza parole, gli leccò quella goccia: «Mmm, sugo di maschietto, buono… Te lo fai mai ciucciare da mio figlio?»
Carlo scosse la testa e l’uomo gli strinse con forza l’asta, strappandogli un gridolino: «Cosa ti ho detto?» lo riprese autoritario.
«Scusami… papi. No, non me lo ha mai succhiato».
«Vedi di fare frasi decenti, vi mandiamo a scuola mica per niente! Chi non ti ha mai succhiato cosa?» la presa dell’uomo era salda.
Arrossendo come un peperone Caro cercò di farlo contento: «Marco non mi ha mai preso in bocca il pisello.»
«Mmm, capisco. E vorresti sentire cosa si prova?» gli occhi grigio verdi dell’uomo erano inchiodai ai suoi.
Carlo non sapeva la risposa giusta, quindi scelse la verità: «Sì, papi.»
L’uomo sorrise, gli diede una lunga leccata dalla base alla punta, facendolo sussultare e poi se lo infilò in bocca. Carlo sobbalzò. L’uomo succhiava con maestria e decisione, usando la lingua per stimolargli il frenulo, lasciando colare saliva e massaggiandolo alla base. Non andò avanti molto, ma Carlo temette ugualmente di venirgli in bocca.
«Bello sto cazzone finalmente lucido. Ti è piaciuto? Rispondi bene!»
«Si papi, mi è piaciuto molto il tuo… pompino.»
L’uomo annuì soddisfatto, poi allungò una mano sul tavolino e prese un nastro da regalo scuro che Carlo non aveva notato.
«Bene, oggi ci assicuriamo che sto cazzone sia ben tenuto al guinzaglio. Papi oggi ti insegnerà un sacco di cose…» Così dicendo prese a legargli il nastro alla base del cazzo, sotto i testicoli, poi tirò le palle, che erano già tese e legò anche quelle, infine strinse un nodo attorno all’asta. Carlo gemeva smarrito e si trovò infine col cazzo imbrigliato e teso come non mai.
L’uomo lo osservò soddisfatto. Così conciato il sangue lo gonfiava ancora di più, mettendo in risalto le vene. Gli diede una leccata veloce in punta, solo per strappargli un altro gemito, poi si accomodò meglio sulla sedia: «Vieni in braccio al papi, zoccoletta e appoggia le gambe sui braccioli, ben divaricate, così. Culo in avanti, voglio vederlo bene.»
Carlo rimase di stucco vedendosi allo specchio così, a gambe divaricate, il cazzo legato che sbatteva contro la pancia e il buchetto esposto. Non osava guardarsi in faccia, certo di essere arrossito fino alla radice dei capelli, così incrociò lo sguardo libidinoso del padre del suo amico.
Questi allungò una mano sul tavolino, premette un dispenser e poi avvicinò lentamente la mano al suo cazzo, sempre fissandolo. Era mezzo sdraiato su di lui, chinandosi di poco poteva arrivare al suo orecchio: «Adesso papi ti trasforma in una vera troia implorante» gli sussurrò.
Carlo era spaventato, ma non poté pensare granché, perché la manona avvolse il suo cazzo teso e lui gemette sorpreso, sentendo qualcosa di fresco e viscido avvolgerlo. Con Marco non avevano mai usato lubrificanti, la saliva era sempre bastata, ma a quanto pareva il suo aguzzino aveva idee diverse. L’uomo spalmò tutta l’asta con calma e delicatezza, rendendola lucida e scivolosa, poi iniziò una lenta sega. Il nastro che gli legava il cazzo lo rendeva ipergonfio e super sensibile. Presto Carlo iniziò a respirare affannosamente mentre l’uomo gli solleticava con la punta delle dita tutta la superficie del pisello. Poi passò alle palle, strette dal nastro e le massaggiò. Il ragazzo era inerme, con le gambe sui braccioli e poteva vedere ogni cosa riflessa nel grande specchio. Il padre di Marco mise pollice e indice a cerchio e iniziò un lento massaggio, sfiorando appena il cazzo. Inconsapevolmente Carlo iniziò a tenderlo. L’uomo si fermò sulla corona attorno al glande, ruotando piano le dita e strappandogli un gemito, poi mise la mano a coppa e iniziò a strofinargli la cappella col palmo della mano.
Caro si ritrovò a gemere
«Brava la mia troietta, ecco che esce la tua vera voce. Il papi vuole sentirti così, come una femmina quando le massaggi la clitoride.» gli sussurrò all’orecchio.
Lui si spaventò: «No, io sono un maschio!»
Lo vide sorridere nello specchio. Iniziò a segarlo. La sostanza scivolosa rendeva il movimento facile. Con l’altra mano iniziò a torturargli un capezzolo. Lo accarezzava, pizzicava, grattava con l’unghia, spingeva col pollice.
Carlo sentì la sborra montare. Così legato era quasi dolorosa come sensazione, ma il desiderio di venire lo spinse a muovere il bacino in sincrono con l’uomo. Spinse, gemette, sentì l’orgasmo crescere e, quasi al culmine, quello gli mollò il cazzo.
Il ragazzo si sorprese a tremare e a gemere un no disperato. L’uomo sorrideva nello specchio.
«Visto che non vuoi essere una troietta, bisogna darti una lezione!» gli sussurrò all’orecchio e poi riprese in mano il cazzo.
Carlo gemette, temendo di aver capito il gioco.
«Ah la mia troietta, adesso papi ti sistema!»
L’uomo riprese a muovere la mano in fretta, la sensazione divenne intensa, Caro iniziò a dimenarsi, ma quello, con un braccio attorno alla vita lo teneva a sé senza problemi, lo portò di nuovo vicino all’orgasmo e poi lo lasciò. Carlo temeva di potersi mettere a piangere, le sensazioni erano sempre più intense e quella sborrata negata lo faceva impazzire.
Quando l’uomo riavvicinò la mano alla cappella, dopo aver di nuovo versato del lubrificante, il ragazzo era terrorizzato: «No… papi! Papi, basta, ti prego!» gemette.
L’uomo prese in pugno il cazzo, scuro per il trattamento e la legatura e avvicinatosi all’orecchio gli sussurrò deciso: «Quando sei col papi, tu sei quello che dico io! Spero che tu stia iniziando a imparare. Adesso, se non vuoi che vada avanti così per due ore, fai il bravo, ammetti la verità, devi ammettere che sei la troietta del tuo papi!»
Carlo credeva di impazzire per quella stimolazione, quando l’uomo prese a massaggiargli con due dita il frenulo capì che resistere era impossibile e cedette: «Ok, ok, sono la tua troietta, papi!» gridò con voce rotta.
L’uomo sorrise, ma non si fermò e anzi gli prese a succhiare il lobo dell’orecchio: «Brava troietta, allora fammi sentire come gemi!» poi infilò la lingua, quasi volesse arrivargli al timpano e gli strinse il capezzolo.
Carlo si inarcò, gemendo senza doversi sforzare, obnubilato da quel trattamento, certo che ora avrebbe finalmente sborrato.
Invece l’uomo si fermò di nuovo quando era al culmine.
Mentre Carlo piagnucolava disperato, l’uomo lo fisava nello specchio: «Allora, troietta, se questo qui, che ti fa tanto godere, è la tua clitoride… dove altro potremmo massaggiarti?»
Lui era sotto shock, scosse il capo: «No, la prego, basta!» protestò guardandolo attraverso lo specchio.
Ma l’uomo cosse la testa: «L’addestramento è appena iniziato, bambina mia, adesso rispondi come si deve, cos’è questo?» domandò sfiorandogli il glande.
Terrorizzato che ricominciasse il trattamento Carlo gemette: «La clitoride, papi, è la mia clitoride!»
«E dimmi, ti piace quando ti massaggio la clitoride?» sottolineò la domanda accarezzando la cappella violacea, gonfia e lustra, con la punta delle dita.
«Si papi, mi piace, mi piace tanto, però non ce la faccio più! Devo venire!» lo implorò.
Il padre di Marco sorrise fiero, percorse con l’indice tutta l’asta che pareva pronta a scoppiare, accarezzò le palle gonfie, raggiunse il perineo e si fermò sulla rosellina bella esposta. Premette leggermente: «E questa cos’è?»
Nello specchio il ragazzo poteva vedere tutto, le sue gambe spalancate oscenamente, la pelle arrossata attorno al capezzolo dove era stato torturato, il cazzo gonfio, lo sguardo perverso dell’uomo, la propria faccia stravolta e spaventata e, naturalmente, il suo buchino che pulsava sotto l’indice di quella grande mano di uomo.
«È il mio buchetto!» gemette.
Una leggera pressione e la prima falange affondò facendolo sussultare: d’altronde non solo il dito era ben unto di lubrificante, ma quel pertugio non era da tempo più vergine.
L’uomo scosse la testa con sguardo di bonario disappunto: «Non essere sciocca! Il papi non sditalina quel posto sporco. Cosa c’è invece subito sotto la clitoride?»
Carlo era smarrito, la situazione lo gettava in confusione, scosse la testa sincero: «Papi, non lo so!»
Il dito affondò fino alla base facendolo inarcare e gemere: «Questa è la tua fighetta!» sussurrò il signor Rossi iniziando a muovere il dito: «E come ad ogni fighetta, piace essere sditalinanta, vero?» lo sguardo dell’uomo riflesso nello specchio era ammonitore.
Caro sentiva le gambe tremare, certo per la posizione, ma anche per il cazzo che gli pulsava e per il ditone, ben più grande e lungo di quello di Marco che lo ravanava piano nel suo pertugio. Terrorizzato di dover subire altre torture rispose: «Sì, papi!»
«Bene!» si complimentò quello, estrasse il dito, spremette dell’altro lubrificante e avvicinò due dita all’ano.
Carlo era spaventato. Non che la cosa non gli fosse conosciuta e non gli piacesse quando la faceva Marco, ma la situazione era troppo surreale. Non si era mai sentito altro che sé, scopando con l’amico. Ora quell’uomo lo trattava da femminuccia, da troietta e ciò che più segretamente lo spaventava era che, capito un po’ il gioco, la cosa cominciava a non dispiacergli. Una parte di sé sentiva che, sotto sotto, abbandonarsi a quell’uomo, lasciare il controllo, farsi guidare, non era così male.
E forse quel pervertito la sapeva lunga, perché appoggiò indice e medio sulla rosellina violata e grinzosa, già un po’ dilatata, e iniziò a girarle in circolo, massaggiandola, salendo al perineo e riscendendo. Il cazzo duro e teso che premeva attraverso la stoffa sulla schiena del ragazzino: «Allora, dimmi bene cosa ti piace!» gli sussurrò all’orecchio.
Carlo sentiva il cervello sciogliersi. Il cazzo pulsava così legato e sollecitato, il buchetto era bollente e umido e quel moto era piacevole oltre ogni dire: «Mi piace… come mi massaggi il buchetto…» mormorò.
L’uomo si fermò immediatamente e gli diede uno schiaffetto sulle palle strappandogli un gridolino: «Cosa ti ho detto? Cos’è quella?»
Lui lo guardò nello specchio, sorprendendosi della propria espressione dispiaciuta: «Scusami papi, mi piace quando mi tocchi la… fighetta…»
L’uomo sorrise: «Brava la mia puttanella, e ti piace perché in verità sei…?»
Carlo esitò, come se rispondere fosse una linea del non ritorno, ma le dita dell’uomo stavano toccando le sue terminazioni nervose, rendendo il buchetto di fuoco. Aumentò leggermente la pressione e il ragazzo si accorse di contrarre l’ano, come se volesse invitare quelle dita perverse ad entrare. E cedette: «Perché sono la troietta del papi…» miagolò.
«E cosa vorresti che ti facessi, ora, zoccoletta?»
«S.. sditalinami, metti le dita dentro, papi» Carlo arrossì nel dirlo e poi gemette quando l’uomo spinse. Il buco si aprì senza esitazioni, il lubrificante sparso finora attorno al buco, che impiastricciava quelle ditone fece il resto. Indice e medio dell’uomo si conficcarono dentro di lui. Il cazzo imbrigliato diede un sussulto e l’uomo iniziò a muoverle.
Carlo immaginò ci fosse la maestria di chi conosce anche la figa, perché non si limitava ad andare dentro e fuori, ma le muoveva dentro alternativamente, toccando le pareti del suo retto, le divaricava e stringeva, le ruotava facilitato dalla posizione e dalle braccia lunghe.
Si ritrovò a mugolare, con la testa premuta su di lui.
«Ti piace, puttanella?» gli sussurrò all’orecchio, prima di ricominciare a leccarlo dentro e fuori, succhiandogli il lobo.
Il ragazzo cominciò a perdere il controllo definitivamente: «Si papi, si mi piace. Frugami la fighetta!!!» gemette.
«Solo quella?» sussurrò in tono insinuante.
Carlo esitò e l’uomo sfiorò quella ghiandolina che Marco gli aveva fatto scoprire. Gemette e ruppe ogni indugio: «Papi ti prego, anche la clitoride, fammi godere!» implorò.
L’uomo lo accontentò, iniziando a sfiorargli con l’altra mano l’asta gonfia e venosa.
Carlo si trovò di nuovo a tremare: «Si papi sì! Godo, godo!»
«Ti piacciono le dita nella figa?»
«Si papi, sditalinami così! Lì! Lì! Oddio, Oddio!»
«Ah, abbiamo trovato il tuo punto g…» l’uomo lo fisava nello specchio, riempiendosi gli occhi dell’adolescente che aveva spezzato, riducendolo al suo volere come aveva sognato dal primo momento in cui lo aveva visto a pecora sul letto del figlio, col cazzo ragguardevole di Marco che gli affondava dentro fino alle palle. Lo aveva voluto suo, in modo perverso. Aveva fantasticato di quel momento per giorni. Forse perché il ragazzo aveva quel bel cazzo, forse perché anche con la moglie si era sempre divertito ad essere autoritario, forse perché era giovane… o forse perché era così e basta.
«Papi... godo, vengo!!!» lo riportò al presente il ragazzino.
E lui naturalmente mollò subito il cazzo ed estrasse le dita.
Per un momento pensò che si sarebbe messo a piangere. Lo vide allungare freneticamente una mano e portarla al suo polso: «No papi, ti prego, ti prego!» lo implorò, guidando la mano verso il buchetto.
Il signor Rossi però non aveva finito. Gli prese la mano e la scacciò lungo i fianchi: «Fai la brava, zoccoletta!» intimò, godendosi lo sguardo spaventato del ragazzo ansimante. Si allungò sul tavolino e prese una scatola. Era di quelle di cartone dei colori. 12 pennarelli grossi.
«Qual è il tuo colore preferito, troietta?» chiese.
Carlo era smarrito, ancora distrutto dall’ennesimo orgasmo sfiorato: «Blu» disse senza pensare.
L’uomo prese il pennarello, lo unse e lo appoggiò al buchetto: «E blu sia!» dichiarò infilandolo senza problemi fino al tappo.
«E il colore preferito di Marco?»
Carlo dilatò gli occhi: «Non... non lo so, papi», gemette.
«E che cazzo di amici siete!?» protestò prendendo il pennarello verde e spingendoglielo dentro.
«Scusami, papi», piagnucolò il ragazzo.
«Il mio è il rosso!» continuò quello infilando il terzo pennarello.
Altro gemito. Non era tanto il diametro, tre pennarelli erano poco più delle due dita dell’uomo, ma il fatto che andassero ben più a fondo.
«Mia moglie ama il rosa…»
Carlo osservò esterrefatto l’uomo fare spazio al nuovo inserimento. «E l’altro mio figlio il giallo»
Questa volta gemette. Cinque pennarelli grossi cominciavano ad essere tanti.
L’uomo premette il palmo della mano sui cinque tappi che spuntavano dal culetto oscenamente dilatato e prese a dare delle spintarelle, poi con la mano libera riprese a massaggiargli il cazzo.
Carlo iniziò a gemere: «No, papi, basta, impazzisco, impazzisco!»
Ma naturalmente l’uomo non si fermò: «La mia piccola troietta vorrebbe venire?» mormorò.
Il ragazzo lo fissò implorante nello specchio e pieno di speranza, sorpreso lui stesso dell’oscenità della scena: «Si, ti supplico papi, non… non ce la faccio più… sto morendo!»
Il padre di Marco sorrise, lasciandogli il cazzo e smettendo di spingere i pennarelli: «Le zoccole sono fatte per far godere i loro padroni, solo poi, se sono state brave, hanno il permesso di venire anche loro. Sei pronta a farmi godere?»
Carlo annuì freneticamente al riflesso dell’uomo: «Si papi, farò quello che vuoi!»
L’uomo fece un ghigno e lo aiutò a scendere dai braccioli: «In ginocchio, culo contro lo specchio, non voglio che esca nemmeno un pennarello! E poi levami le scarpe!»
Il ragazzo obbedì, si inginocchiò sul tappeto che copriva il pavimento, indietreggiò, finché i suoi piedi e il sedere non sfiorarono lo specchio, poi si protese verso il piede che l’uomo gli tendeva.
Indossava scarpe da ginnastica normali. La sfilò spaventato di qualche odore. Ma l’uomo era pulito. Depose la scarpa accanto a sé e l’uomo gli porse l’altra. Accucciato a terra, col buchetto dilatato, l’operazione non era facile, soprattutto col cazzo stretto da quei nodi che sfiorava il tappeto, inducendolo a strusciarvi contro la punta, per arrivare al tanto agognato orgasmo. Ma non osava.
Il signor Rossi gli porse di nuovo l’altro piede: «Ora i calzini!»
Obbedì sfilando i calzettoni di spugna. L’uomo aveva piedi grandi, ben fatti, curati e puliti.
«Lecca!»
Esitò un momento, poi lappò la pianta liscia. All’inizio si sentiva un idiota incapace, ma lentamente, sentendo i mugolii dell’uomo, prese confidenza. Passò al collo del piede e poi alle dita che succhiò di entrambi. Finché il padre di Marco non lo fermò, alzandosi in piedi.
Carlo lo osservava dal basso, il sedere premuto verso lo specchio, per tenere i pennarelli al loro posto.
L’uomo si abbassò i pantaloni, rivelando il cazzo enorme lucido di precum. Gli intimò di liberarlo dell’indumento, poi si impugnò la verga: «Ti piace il cazzo del papi?»
Carlo lo fissò dal basso: «Sì, papi»
«Fammi vedere, e bada a non far uscire nemmeno un pennarello!»
Carlo si protese verso l’enorme randello di carne, cercò di apparire devoto nell’impugnarlo, nel baciarlo, nel leccarlo e infine nel prenderlo in bocca, vergognandosi con sé stesso di trovarsi così autenticamente famelico a succhiarlo. Inoltre la sua attenzione doveva andare al culetto: i pennarelli, ben lubrificati, ora che era in ginocchio sembravano voler scivolare via, soprattutto per le contrazioni dell’ano causate dal signor Rossi: quel bastardo infatti aveva preso a toccargli il cazzo dolorante col piede ancora umido della sua saliva.
Carlo succhiava, si ingozzava e gemeva, poi, sgranò gli occhi. L’uomo strinse il suo glande tra l’alluce e il secondo dito del piede, dandogli una scarica, e il primo pennarello sgusciò fuori dal suo pertugio.
L’uomo si staccò dalla sua bocca. Gli diede una sculacciata sulla chiappa, strappandogli un altro grido e gli ributtò dentro il pennarello, poi ne prese un altro dalla confezione e lo spinse dentro: «Ecco la punizione! Di grazie al papi che ti disciplina!»
Carlo, ormai in suo potere, obbedì: «Grazie papi», miagolò, poi si protese di nuovo verso il suo cazzone.

Sasha sta ravanando nel mio buchino con calma.
Io sono allibito dal racconto: «Ma davvero Carlo, mentre te lo raccontava, ti faceva tutte ste cose?» chiedo.
Sasha arrossisce e annuisce: «Non ha usato un nastro da regali, ma un aggeggio da sexy shop per legarmi il cazzo… ma per il resto… Fermava il racconto per farmi dire che ero troia, mi ha sistemato sulla poltrona… non ti dico quando l’ho visto tirare fuori i pennarelli…»
«Ma scusa, ti è piaciuto?»
Lui si stringe nelle spalle, muovendo piano il dito e facendomi sussultare: «Bhe io sapevo a cosa andavo incontro, è stata la seconda volta che abbiamo scopato, mi ha proposto di giocare un po’. Sapevo che se qualcosa davvero non mi andava avrei dovuto dire “albero”.»
«Albero?»
«Sì, era la parola di sicurezza.»
«E l’hai usata?»
Lui sorride malizioso: «Se vuoi sapere il resto… voglio scoparti!»
Sgrano gli occhi, di solito Sasha con me fa il passivo, ma mi accorgo che il cazzo che gli massaggio da quando ha iniziato a parlare è duro come non lo avevo mai visto.
E così sorrido, gli scosto la mano che mi sta martoriando il buco da un tempo infinito e mi tiro le ginocchia vero il petto: «Sii carino!» gli dico e lui si alza, si mette davanti a me e si sputa sul glande.
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